Il campo minato della So.Ri.Cal.

Duecentosessantacinque dipendenti e un ampio ventaglio di consulenze e poltrone. Una montagna di soldi sperperati sull’altare dell’acqua pubblica in meno di dieci anni. Dal 2004 al 2013. Il Palazzo della So.Ri.Cal. (società di risorse idriche calabresi), creato dalla Regione Calabria sull’onda dell’entusiasmo di Raimondo Besson, già operante nel Lazio, sta crollando miseramente a terra. E la cosa più dolorosa sarà la ricostruzione del complesso sistema idrico calabrese.
Primo febbraio 2013, ore nove del mattino. I lavoratori si riuniscono nella sede di Germaneto. Sono 265. E sono arrabbiati. Assunti senza concorso e grazie alle segnalazioni dei politici amici o amici degli amici nei tempi che furono, ora chiedono il conto. Non ricevono più lo stipendio. La Magistratura contabile ha sequestrato tutti i crediti che la società vanta nei confronti dei Comuni calabresi. KO tecnico. Nella sfida infinita tra legali di qua e di là, tra limitazione del servizio ai Comuni morosi e opposizione e denunce degli stessi in nome dei principi costituzionali, la Corte dei Conti ha inflitto un duro colpo alla filosofia economica di Veolià e seguaci. Privatizzare un bene prezioso e intoccabile per speculare sul passato (vedi recupero debiti), sul presente (erogazione del servizio in tempo reale) e finanche sul futuro fabbisogno dei cittadini. Tutti i cittadini sono uomini, gli uomini non possono vivere senza bere. Dunque, i cittadini bevono e berranno. Sillogismo perfetto. Non mancheranno mai i crediti a favore di chi gestisce il giocattolo. I lavoratori sono incazzati. Ben educati alla scuola di pensiero che li ha cresciuti, si concentrano. E si sfogano: “Nel corso degli anni la Società ha mostrato un forte impegno, facendo conseguire risultati tangibili in termini quantitativi, aumentando di gran lunga i volumi di acqua erogata, nonché in termini qualitativi, portando ai massimi livelli l’efficientamento e l’ottimizzazione del servizio reso”. La colpa dello sfasciamento della società è, dunque, dei Comuni che non pagano. Il servizio reso diventa un assioma. Un dogma di fede. Loro ci credono. Gli dà il pane.
Primo febbraio 2013. Primo pomeriggio. I comuni delle Serre calabresi diffondono l’Ordinanza di non potabilità dell’acqua proveniente dalla diga Alaco. Si tratta solo di 400 mila uomini e cittadini, un terzo dell’intera Calabria. Potenziali altrettanto tra vent’anni. L’acqua non solo non è potabile, ma non può essere utilizzata né per uso alimentare e né per igiene personale. Può servire, avvertono i sindaci, solo per lavare i pavimenti. E nemmeno, visto che nel prezioso liquido è stata individuata dall’Azienda sanitaria provinciale il benzene. Un composto chimico derivante dal petrolio. Le mattonelle diventerebbero scivolose. E pericolose. Neanche la Procura era arrivata a tanto quando nel maggio scorso sequestrò l’impianto e accusò la società e gli organi che avrebbero dovuto controllare di inquinamento colposo delle acque.
Il colpo di grazia alla società non intacca nessuno. Messa in liquidazione da quasi un anno, non ha più voce in capitolo. Rimangono solo i cocci. Un campo minato che fa paura. Già il Consiglio regionale rifiutò qualche mese fa di nominare una Commissione di inchiesta che facesse luce sulle attività della So.Ri.Cal. Gli amici degli amici potrebbero farsi male.

Fonte: emiliogrimaldi.blogspot.it

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