Caso Vibo Valentia: oltre al danno, la beffa?

Da diverso tempo i cittadini dei comuni serviti dall’impianto di potabilizzazione dell’Alaco non possono usare l’acqua che sgorga dai rubinetti perché non è potabile; le caratteristiche organolettiche, pur comprese nei parametri di potabilità dell’acqua fissati dal decreto legislativo n.31/2001 attuativo della direttiva 98/83/CE relativa alla “qualità delle acque destinate al consumo umano”, sono assolutamente fuori norma presentandosi l’acqua “colorata” e di cattivo odore. Un comunicato ufficiale dell’Arpacal del 9 settembre scorso attesta che le analisi effettuate in quei laboratori evidenziano una potabilità dell’acqua compromessa da “fattori legati alla linea di adduzione” e, precisamente, dall’impianto di potabilizzazione che usa le acque del Bacino del Lacina (impianto dell’Alaco). L’Arpacal indica come livelli di compromissione “la presenza di ferro oltre i limiti normativi, manganese a livelli vicini ai limiti normativi ammoniaca”, attestando pure contaminazioni batteriologiche spesso presenti. Nelle analisi delle acque molto importante è la determinazione dell’ammoniaca, dei nitriti e dei nitrati in quanto sono espressione di degradazione di sostanze organiche azotate presenti nell’acqua; in particolare la presenza dell’ammoniaca, che nel caso in questione non deriva direttamente da scarichi industriali, è indice di degradazione in atto di materiali organici.

Nella vicenda dell’inquinamento delle acque a Vibo Valentia e nei comuni limitrofi, quelli serviti dall’impianto dell’Alaco, abbiamo assistito ad un rimpallo di responsabilità ed alle più svariate ipotesi sulle cause che hanno determinato una situazione non più sopportabile dai Cittadini che vedono sgorgare dai propri rubinetti acqua colorata e puzzolente.

Abbiamo saputo, per stessa ammissione della società Sorical SpA che gestisce gli acquedotti fino ai serbatoi comunali, che nel mese di agosto c’è stata una “eccessiva” disinfezione dell’acqua nell’impianto dell’Alaco; a tale proposito è lecito chiedersi, e lo dovrebbero fare in primis i Sindaci a tutela delle proprie comunità, come mai un inquinamento accaduto a notevole distanza dai centri abitati, è stato rilevato dai Cittadini che aprendo i rubinetti delle abitazioni hanno trovato l’acqua assolutamente inutilizzabile?

Altra ipotesi è stata quella della chiusura serale della rete di distribuzione cittadina che, in corrispondenza della riapertura al mattino, avrebbe comportato i problemi di inquinamento. Anche in questo caso ci sembra un’ipotesi risibile in quanto, è vero che la rete di distribuzione dovrebbe rimanere sempre in pressione per motivi igienici e gestionali, ma è anche vero che nella quasi totalità dei Comuni calabresi la rete di distribuzione interna viene chiusa la sera senza poi creare, al mattino, i problemi che stanno vivendo i cittadini vibonesi.

Per quanto riguarda l’inquinamento batteriologico la “croce” viene addossata alla rete di distribuzione dei vari comuni che presenta valori di dispersione molto elevata; spiegato in parole comprensibili, i punti dai quali l’acqua si disperde, per tubazioni molto usurate, sono anche punti di possibile infiltrazione e quindi probabile inquinamento.

Addirittura, e questo accade per la prima volta, si cita la proposta che il nostro Coordinamento ha portato avanti durante tutta la campagna di raccolte firme (oltre 1.400.000 in Italia e ben 45.000 nella nostra Regione) ovvero quella del risanamento delle reti di distribuzione interna come vera grande opera pubblica per la Calabria; l’assioma è che, risanando le reti, il problema sarebbe risolto.

La nostra proposta partiva anche dalla considerazione che l’Acqua deve essere conservata, non dispersa, per salvaguardare le generazioni future e, chiaramente, per una migliore qualità della stessa (minori probabili infiltrazioni).

A questo punto è necessario fornire dei dati su quella che è la dispersione nelle reti di distribuzione cittadine; si passa infatti da valori medi in Italia del 30%, al valore medio nella nostra Regione del 40-50% con punte anche del 70%; il valore atteso, o come si dice “fisiologico”, delle reti di distribuzione è valutato per una dispersione del 10-15%.

Ci si chiede allora come mai negli altri Comuni della Calabria, dove pure la dispersione nelle reti interne è notevole, le acque sono potabili? E come mai, sempre nel comunicato dell’Arpacal, si fa riferimento ad un inquinamento batteriologico spesso presente?

Il nostro Coordinamento, nel ribadirne l’assoluta priorità, mette in guardia i Cittadini e gli Amministratori da una convenienza perlomeno “sospetta” del risanamento delle reti di distribuzione interna.

Cosa c’è dietro questo interesse nel risanamento delle reti di distribuzione?

Il 23 marzo 2010, il Senato della Repubblica, ha approvato un disegno di legge (“Conversione in legge, con modificazioni del decreto-legge 25 gennaio 2010, n.2, recante interventi urgenti concernenti enti locali e regioni”) che prevede, tra l’altro la soppressione delle Autorità di ambito territoriale (A.T.O.); nel comma 186-bis è scritto che “entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni attribuiscono con legge le funzioni già esercitate dalle Autorità”.

Quindi è probabile che, in una logica che ha visto interessi trasversali nella gestione dei nostri acquedotti, sia riproposto ed approvato un modello di gestione unico degli acquedotti, con l’attuale società mista, la Sorical SpA, che oltre alle reti di adduzione gestirà le reti di distribuzione cittadina e le fatturazioni.

I Cittadini e gli Amministratori devono sapere che, se questo si verificasse, per il risanamento delle reti di distribuzione bisognerà far fronte oltre ai normali costi realizzativi anche al profitto garantito per la società mista che, come noto, l’attuale legge stabilisce nella misura del 7% senza contare l’ulteriore 10% che la “Convenzione” attuale di gestione garantisce alla Sorical SpA per ogni “investimento” realizzato; investimenti che saranno realizzati con fondi privati (leggi Veolia) o, come temiamo, con fondi Pubblici?

Il problema di fondo, il problema vero della crisi idrica vibonese è quello legato alla privatizzazione del servizio idrico, ad una gestione che non è né partecipata, né democratica, né condivisa così come in tutte le realtà dove le decisioni vengono prese nel chiuso dei consigli di amministrazione e non nei civici consessi.

Altre proposte ha inoltrato questo Coordinamento, per esempio il controllo qualitativo delle falde idriche costiere, sempre nell’interesse dei Cittadini calabresi, e per la salvaguardia di un Bene Comune essenziale per la vita, sul quale non è permesso a nessuno realizzare profitti.

Questo lo ribadiamo a voce alta e saremo ancora più chiari nelle diverse iniziative che ci accompagneranno verso il Referendum della prossima primavera nel quale, la stragrande maggioranza degli Italiani, confermeranno che con le proprie acque nessun profitto è possibile e che la gestione, anche in Calabria, dovrà essere ripubblicizzata in un nuovo modello partecipativo e condiviso dai Cittadini che nulla ha in comune con gestioni clientelari o carrozzoni politici.

Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri”

Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua
Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori
Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene collettivo
Per conservarlo per le future generazioni

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