ALACO – UN GIOCO A TRE

LE RESPONSABILITA’ DI ASP, SORICAL E ARPACAL

Asp, Arpacal, Sorical. Azienda sanitaria provinciale, Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, Società delle risorse idriche calabresi. Tre enti distinti, con competenze, obblighi e prerogative diverse, ma legati da un filo che si intreccia e, in alcuni casi, genera matasse difficili da dipanare. Uno di questi casi, divenuto tristemente noto, è quello dell’invaso artificiale dell’Alaco, situato sul monte Lacina, a pochi chilometri da Serra San Bruno, al confine tra le province di Vibo Valentia e Catanzaro. La posizione del bacino, che dovrebbe fornire acqua “potabile” a una vasta fascia di popolazione della Calabria centro-meridionale, è strategica.

A mille metri d’altezza, affacciato sulla costa jonica catanzarese, il lago finito al centro dell’inchiesta “Acqua sporca” permette a chi lo gestisce di portare acqua in gran parte della provincia vibonese, in diversi paesi dello Jonio catanzarese e anche in alcuni della Piana di Gioia Tauro. E da quando è entrato in funzione, nel 2006, ha consentito a Sorical di aumentare di molto la portata erogata e, di conseguenza, di far lievitare i metri cubi d’acqua fatturati che i Comuni, e quindi i cittadini, pagano in bolletta. Prima del riempimento e dell’attivazione dell’invaso, i paesi della zona venivano forniti  da alcune gallerie sotterranee realizzate negli anni 60 dalla Cassa del Mezzogiorno. Queste condotte mandavano acqua pura, ma la quantità non era quella di oggi e, a onor del vero, spesso nei periodi estivi veniva a mancare. Da quando è stato completato e messo a regime l’invaso, invece, l’acqua c’è quasi sempre, ma Comuni come quello di Serra San Bruno, con una popolazione di poco meno di settemila abitanti, arrivano a pagare più di 250mila euro all’anno a Sorical. E se è vero che acqua ne arriva in abbondanza, è altrettanto innegabile che quell’invaso genera non poche preoccupazioni.

A dirlo non è solo l’indagine condotta dalla Procura vibonese, che ha portato al sequestro preventivo dell’invaso e all’iscrizione nel registro degli indagati di decine di sindaci e di tecnici e dirigenti di Asp, Arpacal e Sorical. Per capirlo, a volte, basterebbe seguire il filo che collega questi tre enti e provare a sciogliere i nodi che quest’intreccio produce.

Dal 2007 in poi, i disagi dovuti al cattivo odore e al colore dell’acqua – il sapore in verità l’hanno sentito in pochi, perché non la beve quasi nessuno da tempo – si sono moltiplicati a dismisura. Così sono aumentate le ordinanze di non potabilità emesse dai Comuni allacciati all’invaso e le denunce dei cittadini si sono accumulate fino a convergere nell’inchiesta condotta dalla Procura guidata da Mario Spagnuolo. Tutto, però, continuava a rimanere confinato nelle cronache locali. Almeno fino al febbraio 2013, quando è scoppiato il “caso benzene”. Si è scoperto che l’Arpacal aveva riscontrato dei valori spropositati di benzene (800 microgrammi per litro) in uscita dal potabilizzatore dell’Alaco, situato nel territorio di San Sostene. L’allarme è rientrato nel giro di poche ore, perché l’Arpacal ha subito comunicato che per un mero errore materiale i valori erano riferiti alla somma dei «composti aromatici alogenati derivanti dal benzene espressi come benzene», che «non sono indicati dalla normativa di settore» – e allora, viene da chiedere, perché sono stati ricercati? Tutto ciò, a ogni modo, è venuto alla luce solo due mesi dopo che erano state fatte le analisi, e sempre l’Arpacal ha chiarito che, benché fosse superato l’allarme benzene, erano stati riscontrati anche valori di cloriti ben oltre la norma, e quindi permaneva una situazione di non potabilità. «L’esito delle analisi svolte dall’Arpacal – si legge in un comunicato diffuso dall’Agenzia regionale il 4 febbraio scorso – recava chiaramente la non conformità dei campioni per la presenza dei cloriti oltre i limiti di legge e per tali ragioni, in data 7 dicembre 2012, l’Arpacal ne comunicava i suddetti dati, tempestivamente e con la massima diligenza, agli uffici di Soverato dell’Asp di Catanzaro, competenti per territorio, a cui spettava attivarsi con le opportune azioni a tutela della salute pubblica». E qui c’è il primo scaricabarile, perché a distanza di quasi un anno non si è capito come mai, prendendo per vera la versione dell’Arpacal, l’ufficio soveratese dell’Asp di Catanzaro non abbia reso noto il risultato di quelle analisi così allarmanti.

Ma la cosa più inquietante è un’altra: oltre ai composti derivanti dal benzene e ai cloriti, i campioni prelevati il 6 dicembre all’Alaco contenevano anche una quantità impressionante di trialometani. Nello specifico: all’uscita del potabilizzatore il triclorometano (cloroformio) aveva un valore di 275 microgrammi per litro, mentre il dibromoclorometano era a 284. Il decreto legislativo 31/01 impone un limite di 30 microgrammi/litro, non per i singoli composti ma addirittura per la somma totale dei valori di cloroformio, bromoformio, diclorobromometano e dibromoclorometano. La quantità riscontrata sfora di molto anche i dettami dell’Ue (Direttiva 98/83) –  che indicano una somma massima di 100 microgrammi/litro – e dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Il superamento dei limiti di legge è stato quindi spropositato, eppure nessuno ha informato gli utenti di questa anomalia, né al momento delle analisi né due mesi dopo, quando è esploso – e rientrato – il caso benzene. Oltre al mistero del black out informativo che sarebbe avvenuto negli uffici soveratesi dell’Asp di Catanzaro, quindi, nel caso specifico è da registrare anche una grave omissione da parte dell’Arpacal, che parla di non conformità solo in riferimento ai cloriti senza mai accennare alla presenza abnorme di trialometani nell’acqua.

Vale la pena chiarire che i composti chimici in questione sono dei sottoprodotti della disinfezione, ovvero si formano dall’unione dei prodotti usati nella potabilizzazione con le sostanze organiche già presenti nell’acqua – che nel caso dell’Alaco sono spesso abbondanti a causa del “peccato originale” della mancata bonifica del sito. Il fatto che siano stati riscontrati sia cloriti che trialometani in eccesso fa quindi pensare che all’Alaco vengano usati sia il biossido di cloro che l’ipoclorito di sodio.

I trialometani in grande concentrazione sono sospettati di creare danni epatici, ai reni, al sistema nervoso centrale e – è il caso del cloroformio, ma non solo – anche di essere cancerogeni. Evidentemente, però, tra Asp e Arpacal nessuno si è sentito in dovere di informare i cittadini né tantomento di indagare le cause di un tale inquinamento nell’acqua erogata – e pagata – come potabile. D’altronde è la stessa cosa avvenuta lo scorso agosto – quando in uscita dall’Alaco sarebbero stati rilevati nitriti oltre la norma – e anche di recente, circa 20 giorni fa, quando sarebbe emersa ancora una volta una presenza eccessiva di manganese nell’acqua. Anche in questi casi le analisi non sono state rese note, e i cittadini hanno continuato a usare un’acqua che – secondo la legge – non era potabile. Ma sarà solo un caso, una coincidenza, che i tre enti coinvolti, controllori e controllati, facciano capo alla Regione. Come sarà solo un caso, una coincidenza, che da quando l’ex prefetto di Vibo Michele Di Bari ha imposto di effettuare un controllo a settimana le analisi vengano fatte sempre lo stesso giorno, il lunedì, dunque non proprio a sorpresa.

(articolo pubblicato sul numero 121 del Corriere della Calabria)

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