Alaco: il peccato originale

mini lacinaalberi_optÈ tutto lì il peccato originale, la causa che più di altre potrebbe aver  pregiudicato la funzionalità di un’infrastruttura costosissima su cui sia la  Regione Calabria che i privati della multinazionale Veolia avevano investito molto. Ci sono voluti 50 anni; dai 15 miliardi di lire da cui si era partiti il costo dell’opera è lievitato fino a circa 165 miliardi; Sorical dice di averci messo «pochi soldi e molta intelligenza», eppure il problema principale si intuisce subito, al primo sguardo. Prima dei sequestri, delle risultanze investigative, delle relazioni tecniche degli esperti, delle testimonianze inquietanti, degli scenari  torbidi, prima delle mille contraddizioni che negli anni si sono disperse in tanti rivoli, annacquate da spericolate dichiarazioni rassicuranti, insomma prima di tutto il clamore scoppiato attorno al caso Alaco, c’era già una circostanza che andava chiarita, su cui valeva la pena indagare da subito.
Nella foto che pubblichiamo, inedita, scovata di recente dal Corriere della Calabria, c’è la conferma di quanto vanno denunciando ormai da anni associazioni e comitati ambientalisti che chiedono la chiusura dell’invaso che era stato pensato per rifornire di “acqua potabile” una vasta area della Calabria centro-meridionale. Il bacino artificiale, che si trova al confine tra le province di Vibo Valentia e Catanzaro, sul monte Lacina, nel territorio a cavallo dei comuni di Brognaturo e San Sostene, affacciato sulle Serre da un lato e sulla costa jonica catanzarese dall’altro, è finito nell’occhio del ciclone il 17 maggio 2012, quando la Procura della Repubblica guidata da Mario Spagnuolo ne ha disposto il sequestro preventivo nell’ambito dell’inchiesta “Acqua sporca”. Il lago, come si vede dalle foto, è circondato dalla fitta vegetazione tipica delle Serre, e ciò che si evince chiaramente, confrontando le immagini attuali dell’invaso con quelle risalenti alla fase di riempimento, è che gran parte della vegetazione che insisteva nell’area dell’invaso non è stata eliminata e smaltita, ma semplicemente ricoperta dall’acqua. La superficie dell’invaso, insomma, non è mai stata bonificata. Le foto che lo dimostrano risalgono all’inverno del 2006, e sono state scattate da un appassionato di naturalismo che non immaginava ancora cosa stesse succedendo sul monte Lacina. E neanche cosa sarebbe successo dopo, quando nei rubinetti delle case sarebbe arrivato un liquido dal colore e dall’odore niente affatto rassicurante. Per non parlare del sapore, che quello non lo conosce quasi nessuno – a parte qualche zelante amministratore locale smanioso di dimostrare che non esistono rischi – perché in provincia di Vibo, ma non solo, quell’acqua non la beve nessuno, da anni. Ciò che le foto confermano era già stato rilevato proprio con l’inchiesta “Acqua sporca” e prima ancora dai comitati civici, e l’evidenza delle immagini si incrocia perfettamente con le dichiarazioni rese da Francesco Russo ai militari del Nas di Catanzaro il 10 marzo 2011. Russo non è un facinoroso ambientalista e di chimica se ne intende, visto che dal giugno del 1992 è il responsabile dei laboratori chimici dell’Arpacal. Dopo aver fatto un breve excursus sulle caratteristiche dell’impianto di potabilizzazione – pensato per un trattamento «blando» e poi trasformato per depurare acque che necessitano invece di un trattamento chimico-fisico «spinto» – Russo spiega senza troppi giri di parole che «tuttora le acque – il riferimento è al torrente Alaca, che prima del riempimento era noto per la sua purezza, ndr – sono marroni e con presenza di ammoniaca, ferro e manganese e sono rese tali, probabilmente, dalla  vegetazione sommersa nel bacino in testa al fiume che, lentamente, è in putrefazione». I carabinieri del Nas annotano inoltre che «durante un sopralluogo da egli – Russo, ndr – effettuato su richiesta della prefettura di Catanzaro, ebbe modo di notare la presenza di specie arbustive (ginestre) sommerse e, pertanto, tanto da far supporre che la pulizia del suolo, prima dell’allagamento della superficie prevista per il bacino, era stata fatta in maniera incompleta, probabilmente limitandosi solo agli alti fusti». Le dichiarazioni di Russo sono suffragate da un sopralluogo all’Alaco effettuato il 18 luglio 2011 dagli uomini del Nas e dal consulente tecnico nominato dalla Procura. «Nei pressi – si legge nel verbale del sopralluogo – della sponda destra (…) si notava la presenza di un arbusto, verosimilmente un pino, il cui tronco era quasi totalmente sommerso; (…) sulle sponde dell’invaso si notavano altri arbusti parzialmente sommersi». Tutto questi elementi, oggi, trovano conferma nelle foto del 2006, periodo in cui la Sorical era subentrata nella gestione dell’impianto già da un paio d’anni e il riempimento del bacino era nelle fasi conclusive. La vegetazione è stata sommersa, quindi nel lago c’è una gran massa di vegetali in decomposizione che, uniti alle sostanze usate per la potabilizzazione – il processo “spinto” prevede una vera e propria disinfezione – potrebbero generare composti potenzialmente pericolosi per la salute. E ciò potrebbe spiegare perché, specie nei periodi estivi in cui aumenta la popolazione e le piogge scarseggiano, si ripresentano ciclicamente gli stessi problemi di cattivo odore e di colorazione anomala dell’acqua – sta succedendo di nuovo in questi giorni nei centri che più di altri si approvvigionano dall’Alaco, ovvero Vibo Valentia e Serra San Bruno. Ci sono diverse testimonianze, di persone che in quegli anni hanno lavorato sul monte Lacina, che raccontano di come fu effettuata la “bonifica”: furono tagliati solo gli alberi, lasciando le ceppaie che ancora nei periodi di secca si vedono sulle sponde del lago, e tutto il materiale sarebbe stato ammassato con delle ruspe all’interno del bacino stesso, che venne poi riempito d’acqua. A tutto ciò si aggiungano le testimonianze che raccontano di strani traffici di camion che portavano da Amantea, al mattino presto, materiale per il riempimento della diga che pure si trova in grande quantità nelle montagne delle Serre. E infine vale la pena ricordare che la certificazione inerente il giudizio di idoneità e qualità dell’acqua non è stata mai trovata dagli inquirenti, «verosimilmente poiché inesistente» negli uffici della Regione. Il risultato è che sono stati riscontrati più volte – da Sant’Onofrio a Brognaturo, da Serra a Vibo, da Sorianello a Guardavalle – schiume marroni nelle vasche di serbatoi e sedimentatori, torbidità e cattivo odore dell’acqua, con determinazioni analitiche che, sempre in punti distanti tra loro, hanno rilevato: ipoclorito di sodio, cloro, ferro, manganese, nitriti e ammoniaca in eccesso, nonché coliformi totali, escherichia coli, enterococchi intestinali e stafilococchi patogeni. Ma per Sorical e per molti Comuni, come per le Asp e per l’Arpacal – i cui dirigenti, come molti sindaci, sono iscritti nel registro degli indagati – quell’acqua continua a essere potabile. Intanto la Procura sta per chiudere le indagini, e non è un mistero che dai risultati del lavoro dei Ctu sia emerso come il lago cambi “umore” ogni giorno, e come le autorità preposte ai controlli non siano attualmente in grado di effettuare le analisi necessarie a garantire la sicurezza di quell’invaso che, nonostante il peccato originale della mancata bonifica, continua ad allungare i suoi tentacoli fin nelle case di migliaia di calabresi.

(pubblicato sul numero 112 del Corriere della Calabria)

Fonte: ilvizzarro.it

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